Finchè l’orizzonte resterà limitato al breve termine, con tutte le conseguenze che ne derivano in termini di impoverimento culturale artistico, l’arte e la bellezza resteranno nella sostanza confinati a un regime elitario.
Oggi si fa un gran parlare di arte, bellezza, musei, ma quello che si respira nell’aria è una superficialità di approccio all’argomento e al settore. Manca una reale, diffusa e sentita cultura e conoscenza delle materie artistiche e culturali. E questo non per colpa delle singole persone, tra cui tantissimi giovani che, anche grazie alla digitalizzazione, si stanno avvicinando e avventurando sempre di più nei territori dello spirito, delle emozioni e del pensiero creativo, tipici dell’arte, ma per un sistema che, a partire dalla fine degli anni Ottanta, non ha più considerato l’arte e la cultura leve fondamentali per la crescita e il benessere del Paese. E, di conseguenza, non ha più creduto e investito nell’istruzione, nella scuola, nella ricerca, nell’acculturamento, nel merito in generale. Le cause che hanno portato a questa deriva culturale sono molteplici. Quel che preme in questa sede sottolineare è che, dagli anni Novanta, la visione strategica di sviluppo del nostro Paese ha cominciato a concentrarsi sempre di più sul breve termine. Nel settore artistico e culturale la mancanza di una visione unitaria e strategica di sistema a medio lungo periodo si riflette in un’arte contemporanea che fatica a emergere, nella scarsa visibilità all’estero, in una conoscenza ancora troppo elitaria ecc. insomma in tutti quei “mali” che di solito si attribuiscono ai sistemi miopi e provinciali, chiusi in sé stessi. Prova ne sono i dati emersi dall’interessante rapporto dal titolo “Quanto è (ri)conosciuta l’arte italiana all’estero”, a cura di Barrilà, Broccardi, Marchesoni, Pirrelli e Sanesi, pubblicato dallo studio di professionisti per l’arte e la cultura BBS-Lombard con il sostegno di Arte Generali.
Un software di intelligenza artificiale ha analizzato oltre 230.000 artisti, 30.000 musei e 3600 città, facendo emergere alcuni “indici di salute” del sistema Italia. In particolare, quattro di questi indici, evidenziano la bassa visibilità e interazione dell’arte contemporanea italiana all’estero. Quest’ultima è da un lato ben visibile su 76 musei esteri ed è presente in 61 collezioni permanenti ma gli artisti ricorrenti nati dopo il 1960 sono solo 51, quindi meno di 10 a generazione. Se poi guardiamo i nomi degli artisti italiani sui quali si concentra l’attenzione internazionale a livello mediatico, la percentuale di visibilità si attesta al 7% che, per i nati dopo il 1960, esclusi quindi i maestri dell’antichità, cala all’1,87%.
Relativamente al riconoscimento economico dei risultati d’asta, solo 10 nati dopo il 1960 hanno un fatturato complessivo pari a 1,7 milioni di sterline da Christie’s e 1,4 milioni da Sotheby’s. Infine, su 831 operatori analizzati, 135 rappresentano complessivamente 137 artisti italiani della generazione post 1960. Ma essendo queste gallerie fondate da italiani all’estero o con una storica relazione con l’Italia, si tratta di un dato modesto nella sua positività. La scarsa considerazione strategica a livello sistemico di un settore come quello artistico culturale così basilare e importante per lo sviluppo e la crescita a medio lungo termine del Paese, la si percepisce anche nella difficoltà di collaborazione tra gallerie, art director, curatori ecc., negli ostacoli che i giovani artisti hanno nel farsi conoscere, nell’esporre le loro opere, nella sostanziale mancanza di un proficuo scambio di idee con l’estero. Insomma, sembra proprio che tutto sia lasciato all’iniziativa dei singoli. Il successo che stanno avendo gli artisti nel campo della criptoarte, dove l’esposizione è più diretta e immediata, lo comprova. In sostanza finché l’orizzonte resterà limitato al breve termine, con tutte le conseguenze che ne derivano in termini di impoverimento culturale e artistico, l’arte e la bellezza resteranno nella sostanza confinati a un regime elitario.
